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Approfondimento

1960-1980, l’eco del free jazz

11 Apr 2026   |   Scritto da Cliccaecomparanews

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Free form, new thing, fire music: espressioni diverse che, fin dagli anni Sessanta, provano a definire un genere che, per natura, non ha mai voluto essere domat...

Free form, new thing, fire music: espressioni diverse che, fin dagli anni Sessanta, provano a definire un genere che, per natura, non ha mai voluto essere domato.

Il free jazz nasce per sottrazione e per eccesso, toglie strutture, aggiunge rischio, rifiuta gerarchie, esige ascolto totale. Raccontarlo in modo enciclopedico e lineare significherebbe, in fondo, tradirlo. Now Jazz Now. 100 Essential Free Jazz & Improvisation Recordings 1960-80 (uscito in inglese per Ecstatic Peace Library, 277 pp.) – volume curato da Thurston Moore, Byron Coley e Mats Gustafsson – evita consapevolmente questa trappola.

Il libro attraversa il ventennio cruciale del genere – dal 1960 al 1980 – per riaprire una storia ancora attuale e irrequieta. Più che una storia definitiva o una classifica dei migliori, un percorso cronologico attraverso cento (e più) album, in cui ogni capitolo è una presa di parola – sempre soggettiva, spesso militante – costruita tra aneddoti, ricordi personali, riflessioni e consigli d’ascolto.

A guidare il lettore, tre figure con traiettorie molto diverse: Thurston Moore, fondatore dei Sonic Youth, che sull’idea di suono come materia aperta ha costruito un’intera estetica; Byron Coley, critico e firma storica di Forced Exposure, archivio vivente dell’underground americano; Mats Gustafsson, sassofonista svedese tra i più incendiari della scena europea contemporanea. Ad ampliare ulteriormente la prospettiva, un contributo di Neneh Cherry, testimone diretta di quella stagione, cresciuta con il patrigno Don – ritratto in copertina – e la madre Moki Cherry.

OSSESSIONE CONDIVISA

L’idea di Now Jazz Now nasce da un’ossessione condivisa. Moore e Coley cominciano a discuterne tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando il free jazz è ancora scarsamente documentato e, soprattutto, fuori mercato. Prima di internet – e quindi di siti di scambio come Discogs o delle piattaforme streaming – molte incisioni circolavano come reliquie soltanto in negozi dell’usato o tramite distributori specializzati. Le informazioni erano frammentarie, le discografie incomplete, le ristampe sporadiche.

I due vengono coinvolti in un tentativo di riordino e ristampa del catalogo della Esp Disk, etichetta simbolo dell’improvvisazione più iconoclasta fondata a New York nel 1963. Un progetto che – coerentemente con la turbolenta storia della label – si arena tra problemi legali e diritti contesi. La passione però non si ferma: collezionano, scrivono, diffondono ascolti. Nel 1995 Moore pubblica su Grand Royal, la fanzine dei Beastie Boys, una «Top ten free jazz underground» che si rivela una rivelazione per molti ascoltatori provenienti dall’alternative rock. Poco dopo i due curano un cofanetto in cd dedicato all’etichetta francese Byg/Actuel, riaccendendo l’interesse per un catalogo cruciale e a lungo disperso.

Durante la pandemia, approfittando del tempo sospeso del lockdown, un’idea coltivata per decenni si trasforma in un lavoro sistematico. Il coinvolgimento di Gustafsson – altro collezionista compulsivo, autodefinitosi discaholic – dà al progetto una forma stabile e, finalmente, concreta. Si decide di delimitare un arco temporale preciso: dal 1960 – anno in cui, secondo i criteri del trio, esce la prima sessione pienamente consapevole di free jazz – al 1980, giusto in tempo per analizzare la diffusione globale del linguaggio. Migliaia di dischi riascoltati, discussioni quotidiane e parametri condivisi: solo un’uscita per leader, esclusione dell
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